SOLO PERSONE CATTIVE – II capitolo

 

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INTERNO APPARTAMENTO – Ore 7,30

Angelo Lombardi si svegliò con un profondo senso di nausea. Forse aveva esagerato con il sushi la sera precedente, durante una cena con alcuni compagni del corso di fotografia che frequentava ormai da qualche mese.

Quello della fotografia era solo un pretesto. Il reale motivo della sua partecipazione a quel corso era tutt’altro: voleva trombare e qualche amico gli aveva detto di provare o con la fotografia o con il latino americano.

Dopo una lezione di prova aveva optato per il teleobiettivo.

Si infilò in bagno e provò a vomitare, cacciandosi due dita in gola, ma emise solo dei versi da bestia.

Sputò nel cesso solo un po’ di saliva screziata.

Quando sollevò il capo vide, nello specchio quadrato, la pietosa immagine di un uomo in evidente stato di difficoltà.

Oggi sarà il mio giorno?”, interrogò se stesso a bassa voce.

Poi, mentre si sciacquò il viso, iniziò a riflettere.

Io sono lì dentro da una vita. Conosco l’azienda come nessun altro. Ho cresciuto molti dei miei colleghi. Se il Grande Capo farà una valutazione obiettiva. No, se farà… Il Grande Capo farà una valutazione oggettiva e trarrà le conseguenze del caso. Oggi, pubblicamente, mi innalzerà ai cieli e mi restituirà ciò che io ho dato all’azienda durante tutti questi anni di fedeltà…

Tutte quelle ore di straordinario, alcune delle quali non retribuite, saranno servite finalmente a qualcosa. Le pochissime giornate di malattia che mi sono preso in questo ventennio, andando a lavorare anche con la febbre alta e lo stomaco sottosopra, assumeranno un significato più alto.

Non saranno più la dimostrazione della debolezza di uno sfigato, ma un investimento verso un futuro radioso.

Quel monologo interiore venne interrotto da uno stimolo, proveniente dalle parti basse, che divenne prioritario rispetto a tutto il resto, guerre nucleari comprese.

Angelo si catapultò sulla tazza del cesso e sganciò un siluro dopo l’altro, tenendosi la pancia tra le mani nel tentativo di bloccare quei dolori “da parto”.

Doveva fare in fretta e non poteva permettersi di mancare al lavoro.

C’era una poltrona da occupare…

Dopo qualche minuto i bombardamenti cessarono e finalmente calò la pace sul suo martoriato culo.

Angelo mise sul fuoco un po’ d’acqua a cui avrebbe poi aggiunto della scorza di limone per buttare giù qualcosa di caldo che rasserenasse il suo stomaco.

Un quarto d’ora dopo aprì l’armadio per scegliere l’abbigliamento in tinta con quella giornata.

Pur trovandosi di fronte a parecchie alternative sapeva che avrebbe optato per il suo vestito d’ordinanza: completo nero, camicia rosa e cravatta nera a pois rosa.

A lui quell’abbinamento piaceva anche se Borghi lo prendeva spesso per il culo quando lo vedeva così agghindato, dando di gomito con alcuni colleghi al suo passaggio.

Lui tirava dritto, tanto prima o poi i nodi sarebbero venuti al pettine.

Borghi fottiti!

Pensò Angelo dopo essersi vestito e aver stretto accuratamente il nodo della cravatta.

Finì di sorseggiare quell’acqua e limone ormai tiepida, lavò la tazza e mise in ordine tutto ciò che gli appariva fuori posto.

Recuperò la sua fidata valigetta, ma prima di uscire si accorse che non aveva preso il fazzoletto rosa da infilare nel taschino della giacca.

A volte anche un particolare può fare la differenza.

Ritornò in camera da letto e aprì il primo del cassetto del comò, quello in cui era sistemata in maniera maniacale la sua biancheria.

In un angolo di quel parallelepipedo di legno si trovava la pistola, una Beretta che deteneva con un regolare porto d’armi.

Aveva il terrore, vivendo da solo, di essere vittima di qualche malintenzionato.

Si cagava sotto alla sola idea di doverla usare anche se durante le sedute di allenamento al poligono aveva collezionato ottimi punteggi.

Nonostante ciò escludeva di poterla utilizzare per qualsiasi altro scopo che non fosse quello di salvare la sua pellaccia in un’imminente situazione di pericolo.

Lo escludeva come si esclude di trascorrere le vacanze in montagna quando si va sempre al mare, ma poi…

Lo escludeva come si esclude di tradire una moglie adorabile, ma poi…

Lo escludeva come si esclude di cambiare opinione politica, ma poi…

Lo escludeva, ma poi…

 

SOLO PERSONE CATTIVE – I capitolo

 

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INTERNO APPARTAMENTO – Ore 7,30

Marco Borghi si svegliò un quarto d’ora prima del solito, anticipando il resto della famiglia.

Aveva dormito male perché non riusciva a chiudere occhio, vittima di una botta di adrenalina troppo forte per il suo sistema nervoso.

Verificò, tramite un’applicazione che aveva installato sul suo smartphone, la quantità di ore di sonno profondo registrate su un grafico a saliscendi, come quelli borsistici che tanto lo esaltavano o deprimevano a seconda delle giornate.

Ancora nel letto, osservò il soffitto della camera e provò ad anticipare con la fantasia il resto di quella giornata speciale.

Inaspettatamente gli venne duro anche se non gli scappava da pisciare.

Duro come il marmo.

Si girò verso la moglie, ancora addormentata, per provare a capire se quell’erezione fosse a lei destinata, ma la sua mente gli suggerì una diversa possibilità.

Era eccitato perché lui ce l’aveva fatta, o quasi…

Dopo qualche secondo si alzò e andò in bagno.

Ammirò la propria immagine riflessa nell’enorme specchio posizionato sul lavabo e scambiò, con se stesso, uno sguardo ammiccante.

Si piaceva, si era sempre piaciuto, sin dal momento in cui aveva acquisito piena coscienza del suo sé.

Poi parlò, cercando di non elevare troppo il tono di voce.

La ringrazio signor Morelli per la vostra…. La vostra considerazione e… Sono sicuro che farò il bene dell’azienda nello sviluppo del nostro… Del nostro marchio e nell’ampliamento della competitività dei mercati che… Che… Cazzo ne so dei mercati”.

Se l’era preparato a lungo il discorso di ringraziamento per la promozione a responsabile commerciale per il Nord-Ovest della sua azienda e adesso, nella prova sul palcoscenico del suo cesso, non gli uscivano fuori le parole giuste.

Qualche ora dopo sarebbe stato diverso, almeno sperava.

Alle beate facce da cazzo dei miei colleghi invece voglio dire una cosa”, sbraitò sempre rivolgendosi verso lo specchio delle sue brame, “una cosa soltanto che mi viene dritta dal cuore, una cosa che mi preme vomitare sulle vostre facce ebeti da tempo immemore: SU….CA…TE…ME…LO!”.

Poi si mise a ridere sguaiatamente e afferrò la schiuma e la lametta da barba.

Non ci sarebbe stata traccia di peli sul suo viso. Sapeva che il Grande Capo detestava gli uomini barbuti e lui si sarebbe depilato anche total body pur di non deluderlo.

Ti vedo carico”, commentò la moglie di Borghi, passandogli accanto qualche istante dopo che ebbe terminato di radersi.

Sì vede tanto?”.

Nooo… A parte il tuo amico così allegro già di prima mattina e quel sorriso idiota che hai stampato in faccia, tutto il resto mi pare normale”.

Monica aveva notato l’erezione perenne del marito e non aveva perso l’occasione per farglielo notare. Con lei non capitava così spesso.

Soffrirò di priapismo?”, domandò alla madre dei suoi figli.

Pria… Che?”, gli restituì la donna.

È un’erezione persistente e involontaria, a volte anche dolorosa . È l’opposto della disfunzione erettile, se ti può interessare”.

Tranquillo, non penso sia il tuo caso”.

Dici?”, Marco allegò a quella domanda un pizzicotto alla chiappa sinistra della moglie che non parve gradire.

La tua patologia si chiama ambizione, Marco”.

Però grazie a questa patologia, come la chiami tu, quest’estate andiamo in Grecia un paio di settimane in un villaggio turistico a cinque stelle”.

Programma della giornata?”, domandò Monica mentre si accomodò sulla tazza del cesso.

Nell’ordine: accompagno i bambini a scuola, poi ho il colloquio con il Grande Capo in arrivo da Roma, seguito da un piccolo party di festeggiamento con i colleghi e relativa umiliazione. Ho un paio di impegni nel pomeriggio e poi ti porto a cena fuori come prestabilito. Sono stato chiaro?”.

E i ragazzi?”.

Quali ragazzi?”.

I tuoi figli, Marco. Non sarebbe bello festeggiare anche con loro la tua promozione?”.

Sarebbe… Peccato però che abbia già allertato la baby-sitter. Sarà per un’altra volta. Non è mica l’ultima promozione questa, o no?”.

Monica replicò a quella domanda tirando lo sciacquone.

Mai risposta fu più esplicita.

Quella donna continuava ad apprezzare alcuni aspetti caratteriali dell’uomo che aveva sposato diversi anni prima, ma non sopportava il fatto che per “arrivare” avrebbe venduto persino la madre al miglior offerente.

E poi sapeva, o forse intuiva, immaginava che per ottenere quel posto doveva essere passato sopra i cadaveri di molti colleghi.

Due braccia forti la afferrarono da dietro… Familiari polpastrelli percorsero il suo ventre, non proprio piatto… Il suo collo divenne preda di baci.

Arrogante da fare schifo, ma ci sapeva fare.

Cosa c’è amore? Non sei contenta per me?”, da buon ruffiano.

Sì, sono contenta Marco. Magari non sono solo brava a esprimerlo”.

Stava mentendo. L’ultima di un milione di bugie che tenevano in piedi quel matrimonio. Come tante altre unioni che sopravvivevano grazie a una buona dose di ipocrisia per qualcuno o di realismo per qualcun altro.

Vado a svegliare i marmocchi”, aggiunse divincolandosi da quella stretta.

Ok, festeggiamo meglio stasera”.

Marco ritornò in camera da letto, tirò su la persiana elettrica, spalancò le porte finestre e uscì in balcone.

Nonostante la temperatura non fosse proprio mite affrontò l’aria fredda di novembre con la sola t-shirt addosso. Osservò il panorama di una Torino ancora assopita su cui spiccava la guglia della Mole, sempre in erezione, come il suo “amico”.

Per un attimo, solo per un attimo, ripensò ai compromessi, lui li chiamava così, a cui era dovuto scendere per arrivare sino al traguardo della promozione.

Ormai appartenevano al passato.

Parlò:

SU…CA…TE…ME…LO!”.

 

Il mio nome è Crema, Sergio Crema

 

Io non combinerei nulla senza l’apporto della mia SQUADRA.

Senza di loro sarei come un attaccante che se ne sta tutta la partita nell’area di rigore avversaria senza ricevere alcun cross o passaggio filtrante, dai compagni, per realizzare la rete decisiva nella sfida che sta giocando.

Un numero nove solitario e intristito causa isolamento sul prato verde.

E invece no…

Sono un uomo fortunato perché al mio fianco, da qualche anno, ci sono tre colleghi che sopportano le mie lune storte e i miei sbalzi d’umore quando mi lascio travolgere emotivamente dalle indagini che conduco.

Il più fidato, amico oltreché collega, è l’ispettore Marco Quadrini, che definisco “il gaffeur” per la sua innata capacità di dire la cosa sbagliata nel momento giusto o la cosa giusta nel momento sbagliato, mettendomi in seria difficoltà.

Quando ciò accade, o durante un interrogatorio oppure con la Dottoressa Bonamico, tento sempre di fermarlo con la sola forza di un’occhiataccia, ma non sempre mi capisce.

In quei casi “rimedio”, appena siamo soli, sommergendolo di irripetibili improperi a cui lui solitamente replica peggiorando le cose.

Nonostante questa specie di inclinazione fantozziana so che posso contare sempre su di lui, anche fuori dalle quattro mura dell’ufficio.

Ci frequentiamo anche con le nostre famiglie. Lui non ha figli. Quella, per loro, è una ferita sempre aperta e a volte ci sto male anch’io, di riflesso.

L’idea che non possa provare ciò che prova un padre m’impedisce di parlargli in termini entusiastici dei miei ragazzi. I racconti sul nostro mondo sono sempre con il freno tirato e lui, probabilmente, lo sa.

È una forma di pudore, di rispetto, la mia.

Mi spiace Marco…

Poi c’è il sovrintendente Ansaldi, che definisco “il dotto”, per la sua cultura decisamente sopra la media e la capacità di analizzare fatti e circostanze con una meticolosità quasi maniacale.

Ansaldi sa tutto per definizione e la rete per lui non ha segreti.

Dall’analisi di un profilo Facebook riuscirebbe a risalire a eventuali cambiali protestate di un suo cugino di terzo grado.

Non so come faccia e non lo voglio nemmeno sapere perché io mi tengo il più possibile lontano, nella vita privata, da quelle diavolerie da Social Network.

Il mio braccio informatico non gira mai da solo perché da sempre fa coppia fissa con l’agente Marini, “il taciturno”.

Lui è uno di quelli che centellina le parole e rende difficoltoso ogni dialogo.

A volte penso che abbia firmato con la vita un contratto che comporti la decurtazione di un centesimo dal suo conto corrente per ogni parola pronunciata. Ormai ci siamo abituati, non ci facciamo più nemmeno caso.

Nelle rare occasioni in cui dopo un “sì”, un “sono d’accordo”, un “ok” o un “va bene”, aggiunge qualche considerazione in più scattano le prese in giro e lui ritorna nel suo stato di mutismo assoluto.

A livello livello fisico però non ce n’è per nessuno.

È il più preparto atleticamente di noi quattro, anche se non ci va molto a superare uno come me, da sempre cultore dello sport dal divano.

Ansaldi-Marini formano un duo che si completa perfettamente. Ansaldi spiega, racconta, motiva e Marini annuisce, conferma con monosillabi e cenni del capo.

Io e Quadrini abbiamo sempre avuto un curiosità non soddisfatta, quella di capire come interagiscono tra loro e come faccia “il dotto” a convivere, senza crisi di nervi, con i silenzi del collega.

Prima o poi, ne sono certo, arriveremo a spiarli con una cimice per toglierci quello sfizio.

E poi ci sono io, professione commissario.

Perennemente a dieta, pieno di dubbi e incertezze che falcidiano i miei giorni, padre di due capolavori e marito di una moglie paziente che sopporta le mie assenze e anche mie presenze.

Per risolvere le indagini faccio affidamento soprattutto sull’intuito e sul ragionamento in mancanza di doti fisiche da agonista della vita.

Poi ci sono di nuovo io, o forse, per meglio dire, l’altro io, quello che “sbava” dietro alla Bonamico, il magistrato “tutto pepe” con cui sono costretto a collaborare ormai da anni.

Non ho ancora capito se anche lei…

No, lasciamo perdere, inutile anche pensarlo.

Meglio ripetere la formazione, in attesa di scendere in campo:

Quadrini “il gaffeur”.

Ansaldi “il dotto”.

Marini “il taciturno”.

E il sottoscritto.

Il mio nome è Crema, Sergio Crema.

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Un delitto immane

 

Il commissario Sergio Crema e il critico cinematografico Mario Bernardini si ritrovarono davanti alla Trattoria Agnese alle 13 in punto. Il poliziotto aveva ricevuto una soffiata da parte di un collega fidato su quanto avveniva in quel ristorante e voleva verificarlo di persona. Approfittò di quella circostanza per rivedere l’uomo con cui aveva condiviso diverse indagini e con il quale, nonostante la diffidenza iniziale, si era consolidato, negli anni, un rapporto che assomigliava sempre di più all’amicizia.
Il settantenne, autore dell’omonima guida per cinefili, salutò il poliziotto con una potente stretta di mano prima di prendere la parola.
“È questo il posto?”.
“Sì, la location è ottima”, replicò il commissario.
“A pochi passi dalla Mole e da via Po, niente male”, lo assecondò il critico.
I due investigatori entrarono nel locale e vennero accolti da un corpulento padrone di casa che li fece accomodare nel tavolo più vicino all’uscita prima di sparire dalla loro visuale.
Il commissario si guardò intorno e apprezzò lo stile di quel luogo che trasmetteva sensazioni positive. I tavoli in legno, coperti da tovaglie quadrettate, e le pareti rivestite di mattoni a vista rendevano quel posto accogliente per i suoi occasionali visitatori. Anche le luci soffuse creavano la giusta atmosfera.
L’oste ritornò nel giro di pochi secondi e consegnò un paio di menù sdruciti ai due clienti.
“Due carbonare”, disse Crema, senza nemmeno consultare la lista.
“Avete le idee chiare”, commentò il ristoratore.
“Siamo uomini di sostanza, noi”.
Mario la buttò sul ridere per “tranquillizzare” l’omone che annotò su un block notes l’ordinazione.
“Per il vino faccia lei”, aggiunse il poliziotto.
“Perfetto”.
Quando furono di nuovo soli fu Bernardini a parlare, tirando fuori, come spesso capitava, la sua inclinazione a notare parallelismi tra cinema e realtà.
“Il posto è accettabile. Mi ricorda la trattoria in cui hanno ambientato l’episodio Hostaria del film I nuovi mostri del 1977. Regia di Monicelli, Risi e Scola, sceneggiatura di Age e Scarpelli, bei tempi”.
“Quello in cui si si tirano addosso il cibo, insudiciando tutto?”
“Esattamente. Ha verificato la soffiata di oggi?”.
“Certo, si tratta di una persona affidabile. È stato qua più volte e ha notato sempre la stessa cosa”, lo rassicurò il commisario.
“Ok, non ci resta che aspettare”.
“Infatti, Poi agiremo…”.
“Posso chiederle perché mi ha invitato?”, domandò Bernardini.
“Perchè lei è un’esteta e poi era una buona occasione per scambiare quattro parole. Non ci vediamo da qualche tempo e un po’ mi mancano quelle volte in cui lei arriva, senza preavviso, nella mia vita e mi trascina dentro qualche grana da risolvere”.
“Purtroppo Torino, negli ultimi tempi, ci ha offerto molto poco a livello di morti ammazzati”.
Il critico sembrava triste per quella circostanza.
“Per fortuna, Mario”, aggiunse il commissario.
“Mi racconti un po’ della sua squadra, allora”.
Il poliziotto riferì al critico le ultime vicissitudini del suo gruppo, in seno alla Mobile di Torino, e s’interruppe solo nell’istante in cui due piatti fumanti di spaghetti alla cabonara atterarono sul loro tavolo.
“Ecco qua. Buon appetito”, aggiunse il ristoratore prima di ritornare da dove era venuto.
I due investigatori si guardarono perplessi e cominciarono a districare quel groviglio di pasta, prima di assaggiarla in contemporanea.
Ci fu qualche secondo di disorientamento da parte di entrambi che terminò nel momento in cui Crema scattò in piedi. Bernardini lo seguì quasi immediatamente.
Gli altri avventori osservarono quella doppia camminata risoluta con curiosità. Non davano l’idea di essere due che si stavano avvicinando alla cassa solo per pagare.
Entrarono in cucina e fronteggiarono immediatamente il ristoratore.
“Cosa succede?”, domandò lui poggiando il piatto che reggeva sulla prima superficie libera.
“Piacere, sono il commissario Crema”.
“Ecco dove l’avevo già vista, In cosa posso esserle d’aiuto?”, disse l’omone arrossendo.
“Non so se lei lo sa, ma, oltre ad arrestare i criminali, ho una passione sfrenata per il cibo…”.
“Lo posso confermare”, s’intromise Bernardini.
“Lei, invece, deve essere il tizio che sa tutto sul cinema”, replicò il ristoratore.
“Esatto, Mario Bernardin nello specifico”.
“Continuo a non capire cosa sia accaduto, commissario”.
“Sono qui per contestarle una grave mancanza. Putroppo non è passible di arresto, ma ho il dovere di farglielo notare. Abbiamo già ricevuto altre segnalazioni”, il poliziotto sparò parole come fossero proiettili.
“Mi scusi, ma preferisco sedermi”.
Il proprietario della trattoria affossò il deretano sulla sedia più vicina.
“Non si preoccupi. Sembra cattivo, ma poi è peggio”, disse il critico sempre più divertito da quella situazione.
“Sono qui per farle notare che è un delitto immane…”.
Sergio si fermò per godersi l’istante.
“Cosa?”, domandò l’omone con un refolo di voce.
“È un delitto immane mettere la panna nella carbonara, una licenza poetica rispetto alla ricetta originale. Meglio usare l’acqua di cottura anziché la panna”.
Il ristoratore non disse niente, lasciando che Mario infierisse.
“É uno scontro epico quello tra i sostenitori della carbonara con o senza panna. Io e il commissario ci siamo schierati e non perdoniamo i ristoratori che si macchiano di questa vergogna”.
“E adesso?”, domandò l’oste risollevandosi dalla sedia.
“Adesso noi andiamo ad accomodarci di là e attendiamo le nostre nuove carbonare. Per fortuna almeno il guanciale l’avete usato”.
Il commissario e il critico ritornarono verso il loro tavolo, seguiti da un “ok” appena accennato dall’uomo che avevano sequestrato.
Nemmeno un quarto d’ora dopo, due carbonare, cucinate con tutti i crismi, vennero servite ai due investigatori gourmet che dettero parere positivo sulla nuova versione di quella ricetta.
Una volta ritornati in strada, Sergio e Mario sostarono qualche secondo di fronte all’ingresso di quel ristorante.
“Anche questa è andata”, disse Bernardini protendendo la mano verso il commissario.
“Andata”, replicò il poliziotto completando quel saluto.
“Mi tenga presente se c’è qualche emergenza, Sergio”.
“Non mancherò, Mario”.
Un attimo dopo iniziarono a muoversi in direzione opposta, un po’ come i loro caratteri così differenti, ma accomunati da due passioni: le investigazioni e la carbonara, senza panna naturalmente.

Sergio Crema e Mario Bernardini sono i protagonisti dei gialli Scena del crimine, Trama imperfetta e Torino obiettivo finale editi dai Fratelli Frilli Editori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GOODBYE MICHAEL !

  cositragliqualiIl noir è come una notte in attesa di un giorno che non arriverà mai...
È questa la frase che Michael Trapper, venuto a mancare all’affetto dei suo cari ieri pomeriggio all’età di ottantadue anni, ripeteva come un mantra durante ogni intervista. Lui che, con un nome così, non poteva che dedicarsi alla scrittura, vera “trappola” per chi faccia della letteratura la propria ragione di vita.
Michael Trapper, originario di Houlton, una piccola cittadina del Maine, non sarà ricordato come uno scrittore omaggiato dalle masse, ma di certo avrà lasciato un segno indelebile in tutti coloro che ne hanno apprezzato l’opera, a cominciare da quel Bionda da bere (1958) che ne ha segnato l’apprezzato esordio. I protagonisti dei suoi romanzi sono nella maggior parte dei casi persone comuni, sconfitti dal quotidiano e dalla futilità del vivere. Nelle sue storie il confine tra normalità e la follia è spesso labile, forse perché tutto il suo narrare è stato condizionato dalla malattia mentale della madre, suicidatasi quando il giovane Michael frequentava ancora il college.
Di Michael, autore di nicchia, ci piace ricordare anche Il giorno sbagliato (1966) e Così tra gli squali (1968), per molti il suo capolavoro assoluto.
Lo scrittore americano non è stato molto prolifico nella sua produzione e si è ritirato dalle scene noir ancora in giovane età.
Non scriverò mai tanto per scrivere, come molti altri fanno. Si tratta di una cosa troppo seria…
Rispondeva a chi gli ripeteva perché non pubblicasse un nuovo romanzo.
Forse questa è la miglior frase per ricordarlo e per invitare tutti coloro che vogliono a riscoprire il suo cristallino talento.
Poche storie, per me, è venuto a mancare un autore di riferimento.
Troverete in altre pagine, in altri siti la sua dettagliata bibliografia. Ora che è morto, molti torneranno a parlare di lui, di quello scrittore dallo sguardo magnetico e il sorriso sornione.
Voglio solo salutarlo con affetto e sperare che almeno la sua notte sia finalmente finita.
Goodbye Michael!

 

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